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PALAZZO D'ACCURSIO, UNA STRADA LASTRICATA
DI FURBATE CONTROPRODUCENTI. Quando, più di un decennio fa, qualcuno (me, in prima linea, compreso) aveva pensato alle primarie come la modalità preferibilie per la selezione delle candidature alle cariche elettive, non soltanto ci eravamo posti obiettivi ambiziosi, che giungevano fino al rinnovamento dei partiti e della politica, ma avevamo anche sostenuto che le primarie avrebbero potuto configurarsi come un esercizio politico di competizione equa, con pari dignità per tutti gli eventuali candidati. Purtroppo, in queste convulse settimane bolognesi, è facile costatare che la competizione equa e la pari dignità non vengono sufficientemente garantite e non sono acquisite per diverse ragioni. Non bisogna, naturalmente, stupirsi che qualche candidato parta avvantaggiato poichè gode, per ragioni anche apprezzabili, derivanti da una interessante biografia e da positive attività pregresse, di maggiore popolarità, grazie ad una superiore esposizione mediatica, magari meritata. Bisogna, invece, scandalizzarsi quando i vantaggi vengono indebitamente conferiti dalle preferenze, più o meno consistenti, ma ipocritamente negate, dell'apparato del partito che approfitta, per esempio, del suo controllo e della sua gestione dell'elenco degli iscritti, tenuto altrimenti riservato in base a malposta preoccupazione di privacy. Sì, lo so, mi si dirà che non è corretto cambiare le regole a competizione in corso (anche se, con l'accordo di tutti sarebbe opportuno fare i cambiamenti opportuni). Infatti, il cambiamento delle regole, nocive e sbagliate, come risulterà chiaro al momento dell'esito, ma già si vede nel percorso, era stato chiesto molto prima che il "gioco delle primarie" cominciasse, mentre qualcuno aveva addirittura trovato e sbandierato i suoi sponsor, di partito, parecchio in anticipo rispetto all'ufficializzazione della candidatura. Il fatto è che primarie nelle quali gli iscritti svolgono un ruolo quasi, forse troppo, decisivo, primo si prestano a manipolazioni (come fu nel 1999, quando già Cevenini era candidato; dunque, potrebbe raccontarci della sua esperienza); secondo, non sono in grado di conseguire il loro obiettivo cruciale. A mio modo di vedere, l'obiettivo cruciale consiste nel fare sì che la candidatura prescelta appaia non soltanto potenzialmente vincente, ma sia riuscita a mobilitare consenso aggiuntivo rispetto a quello incanalatole dall'interno del partito. Ovviamente, la situazione diventerebbe addirittura ottimale se quel consenso aggiuntivo potesse venir anche dagli elettori, attuali e potenziali, dei partiti con i quali, poi, il Partito Democratico e il suo candidato sindaco dovranno stingere alleanze per vincere e per governare. Di qui consegue l'esigenza, colpevolmente disattesa, di primarie di coalizione, pertanto aprertissime a tutti coloro che si sentano, senza nemppure bisogno di dichiararlo, "elettore d'area". Non è soltanto questione di tempi, ma i sei mesi che separano l'individuazione del candidato dalle elezioni amministrative, consentono come dimostrò il caso Prodi, di logorare qualsiasi candidatura e di smobilitare e mortificare qualsiasi elettorato partecipante. Inoltre, correre da soli per sei mesi implica anche dovere impegnare tempo e energie per contrastare le critiche che verranno dagli stessi potenziali alleati, non tenuti in sufficiente considerazione, non valorizzati. Se a tutto questo si aggiunge il problema, nient'affatto marginale, della difficile coesistenza con il loquace e bellicoso sindaco in carica di almeno tre dei candidati (si salva Forlani) che lo hanno esageratamente sostenuto, ma adesso, qualche volta, non possono fare a meno di criticarlo, la strada della (ri) conquista di Palazzo d'Accursio appare tutta in salita. E non è certamente lastricata di buone regole, ma di furbate molto controproducenti. |
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